Via del Corso PDF Stampa

da  Piazza del Popolo a Piazza Venezia – R. II Trevi, III Colonna, IV Campo Marzio, IX Pigna


Questa via, lunga quasi due chilometri, era una tra le più signorili di Roma e prese il nome dalle molteplici corse che vi si svolgevano. All’indomani del regicidio di Monza la strada fu intitolata ad Umberto I fino al 1946, quando le fu restituito il vecchio appellativo.

Anticamente il tratto che partiva dalla Porta Ratumena, presso il Sepolcro di Tibulo,  (Piazza Venezia) fino a Piazza S. Marcello era denominata via Lata e da questo punto in poi Via Flaminia. Quando Pietro Barbo, Paolo II, costruì il colossale pal. Venezia, da cui volle assistere alle corse di uomini e animali, la via venne chiamata appunto Corso. Varie, infatti, erano le gare che vi si organizzavano e per le quali si stabilivano punti di partenza diversi: palazzo Sciarra per i ragazzi, Via della Vite per gli uomini, S. Giacomo per gli asini ed i bufali, Piazza del Popolo per i cavalli barberi,  cui si rimanda più avanti.

Seguendo la storia, la via visse periodi di fulgore insieme a periodi di rovina; vide l’edificazione di palazzi meravigliosi come quello di Giovanni Le Jenne, così sontuoso che si affermava essere il più bello di Roma dopo il Vaticano,  mentre le arcate dell’acquedotto Vergine rovinavano miseramente e le infiltrazioni impaludavano la zona. Solo nel 1834 furono collocati regolari chiusini per lo scolo delle acque (che ispirarono al Belli il sonetto Er Corso Arifatto) mentre fu livellato e selciato nel 1738 e illuminato a gas la notte del 6 gennaio 1854. Fu invece nel 1538 che Paolo III Farnese intraprese i lavori per la sua correzione per le cui spese impose una tassa speciale ai proprietari di quelle abitazioni che vi si affacciavano.

In un lontano passato la via era attraversata da tre archi: l’Arcus Diocietiani all’altezza di Via Lata; l’Arcus Claudi a Piazza Sciarra, eretto nel 43  in ricordo della conquista della Britannia e ornato da trofei militari in bronzo dorato e una quadriga con la statua dell’imperatore Claudio, ed il terzo, l’Arcus Hadriani, in Via della Vite che resistette fino al XVIII sec. prendendo i nomi di Trifli, Tres Facicellas da un gruppo di tre statue, di Arco di Portogallo, dalla vicina abitazione del Card. di Lisbona. Una lapide ne ricorda la demolizione per volere di Alessandro VII, mentre alcuni resti della costruzione sono conservati in vari luoghi della Capitale.  Una leggenda voleva che sotto l’arco fosse sepolto un tesoro che, ovviamente, non venne mai trovato.

Nella strada fu un fiorire di commerci di ogni genere fino a circa l’800 quando furono scacciati tutti “i macellari, tripparoli, fegatai, caprettari, friggiti e pollaioli, sia che ritengano botteghe fisse, sia che ritengano i loro generi sopra banchetti mobili”. Rimasero allora solo negozi di mode, confezioni e sartoria, librerie, antiquari, gioiellieri  fino a qualche decennio fa, quando sono subentrate molte rivendite di generi vari che hanno conferito alla strada un aspetto purtroppo poco raffinato.

Nei numerosi meravigliosi  palazzi nobiliari del Corso hanno dimorato altrettanti personaggi illustri, da Goethe a Shelley a Metastasio a Letizia Bonaparte , madre di Napoleone I, che vi abitò gli ultimi venti anni della sua vita, passando lunghe ore a guadare il passeggio della strada, seduta nella loggia coperta d’angolo

Caratteristica era la “trottata” che vedeva scendere a piazza del Popolo e viceversa, i più eleganti equipaggi fra i quali alcuni molto noti fra cui: l’unico “cab” di Roma del Principe Massimo; il calesse volante a tre pariglie di Adriano Bennicelli, più noto come il Conte Tacchia; il “phanteon” di re Umberto guidato personalmente dal sovrano; l’equipaggio dalle livree rosse della carrozza della Regina Margherita.

Una caratteristica della strada è che conserva la tradizionale numerazione romana con inizio da piazza del Popolo sul lato sinistro e continua da Piazza Venezia verso piazza del Popolo, sull’altro lato, con numeri civici uno di seguito all’altro.

E proprio il Corso era il teatro del Carnevale Romano. L’inizio della festa era infatti segnato dalla corsa dei Barberi, cavalli spesso non completamente domati che corevano senza fantino da Piazza del Popolo, dove avveniva la partenza o “mossa” a Piazza Venezia dove era la “ripresa” cioè dove i barberi veniva ripresi dai barbareschi o palafrenieri mediante un telo posto di traverso. La strada veniva sgomberata, prima della gara, dal passaggio dei dragoni. L’impeto delle bestie scatenate, pungolate da metalliche palle puntate legate ai fianchi non mancava di provocare incidenti (alcune fonti riportano che i cavalli venissero stimolati alla corsa da palle di pece bollente che gli venivano applicate sotto la coda a mo’ di razzi e che da ciò i romani traessero il detto popolare “cià li razzi ar culo”,  per indicare le persone che vanno di fretta o che devono essere spinte ad affrettarsi).

Finita la corsa le carrozze invadeva il Corso elo schiamazzo della gente, delle musiche, delle battaglie a mitraglia creava un baccano ed una confusione che raggiungeva  il parossismo. Si correva per vincere un drappo (un palio), a cui veniva aggiunta una somma di denaro, per il primo ed il secondo classificato.

Verso  il crepuscolo del martedì grasso, la conclusione del Carnevale, dopo la corsa dei Barberi, il popolo, con urla pittoresche, straripava il Corso. Un grido caratteristico risuonava, prima isolato, poi ripetuto da molti e infine ripetuto da tutti nella baraonda generale Mor’ammazzato chi no porta er moccolo!. Un modo di dire scherzoso che non aveva niente di offensivo, come scrive anche il Millin, specie se accompagnato da epiteti di cortesia che si poteva rivolgere a tutti, a dame, gentiluomini e perfino ai genitori “Signor padre, signora madre, mor’ammazzato chi non porta er moccolo!”.  Era il segnale per la battaglia più spettacolare del Carnevale, quella dei moccoletti che superva in singolarità il lancio dei confetti, dei fiori e degli aranci e che scatenava un tumulto, un entusiasmo frenetico, una esaltazione quasi selvaggia che fortunatamente non durava che un’ora fino al momento in cui le campane della chiese suonavo l’Ave Maria.

Era l’agonia del Carnevale e il compianto generale per la fine della festa, la ribellione dell’animo umano per un divertimento che ormai non durava più che pochi attimi. Accendere il lume significava celebrare il Carnevale, cercare di spegnerlo al vicino voleva dire prolungare ancora di qualche momento il gioco.  Venditori ambulanti fornivano le candelina ai passanti e all’annuncio “Carnevale è morto” bugie, torce, candelabri, fasci, moccoletti s’accendevano ovunque; ragazzi, vecchi, donne, maschere arrivavano con il loro moccolo il grido “Mor’ammazzato chi no porta er moccolo” riecheggiava lungo tutto il Corso ed ognuno cercava di soffiare su quello del vicino. Ciascuno  cercava di difendere la propria fiamma in ogni modo, collocandola nei fanali delle vetture o in trasparenti palloncini alla veneziana, o in grosse lanterne dove non arrivavano le sabbiate o le cappellate dei più scalmanati. Altri le sistemavano in cima a lunghe canne, altri ne portavano cinque o sette come nei candelabri. Erano cere e lumi a petrolio, candele di sego e legni resinosi, candele bianche e colorate, lumi sistemati a piramide perfino sulla testa dei pedoni, nell’illusione che restassero al sicuro.

Non si vedeva che gente in corsa per accendere o smorzare ogni dove e con tutti i mezzi, anche i più strani ed impensabili.

Nel turbinio di corse, spinte, di tentativi per spegnere il lune del vicino e difendere il proprio, si diffondevano nell’aria un tanfo ed un fumo che infastidiva sempre più e che spingeva alla ricerca di aria libera. Così la gente, stanca della battaglia, del calore della folla e dei giocattoli accesi finiva per uscire dal Corso mentre il buio calava dappertutto. La festa, con i lumi che man mano si estinguevano o si ritiravano dalla mischia, si spegneva a poco a poco, come qualcosa di naturale e ineluttabile.

 

articolo_9

biblio

fb_logo

adottaunaparola
ARCHIVISTICA
benevolo1
biblioteconomia
tampinare

mostri copia

 

emergency


Progetto "Aiutiamo l'Africa"

amici1


Roma da Spasso! La guida al divertimento a Roma

 

Home
Chi siamo
Area RIservata
Galleria Fotografica
Convenzioni per i Soci
Contattaci

N e w s l e t t e r

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter, riceverai così gli inviti alle nostre iniziative.
Grazie per esserti iscritto!

prenotazioni

eventipassati

 

STRADA

N e w s l e t t e r

Questo modulo richiede il componente Communicator

Contatore Visite

0130636
OggiOggi37
IeriIeri38
Questa SettimanaQuesta Settimana75
Questo MeseQuesto Mese809
UNKNOWN

Area Riservata



AUTOPRODUZIONI IN DVD

COPERTINA_ppp
Leggi l'abstract

Moro_doc
Leggi l'abstract

 

datat2007

 

LOGO SU NERO

 

Free template 'Colorfall' by [ Anch ] Gorsk.net Studio. Please, don't remove this hidden copyleft!