Strada...Sapendo

Rubrica di curiosità toponomastiche a cura di Vanda Finocchi

Ricercare, scoprire, conoscere meglio Roma attraverso i luoghi, le strade, i vicoli, i palazzi, l'urbanistica, le famiglie e le tradizioni del passato. La toponomastica intesa non come sterile elencazione, ma come approccio alla storia.
E' quanto tenta di realizzare, senza troppe ambizioni, questa rubrichetta, avvalendosi di fonti e siti facilmente reperibili ma che, magari, non tutti hanno voglia od occasione di consultare. Dapprima le zone prese in esame saranno i Rioni , quello che è il centro storico, la Città dentro le mura (poco più del 10% dell'intera area urbana).

Con il rischio di essere banali o magari scontati… diamo inizio all'avventura!




Via Marmorata PDF Stampa

da Piazza dell’Emporio a Piazza di Porta S.Paolo - R.XII, Ripa; R.XX, Testaccio; R.XXI S.Saba

 

Nei tempi di mezzo la Via prese il nome di Via del Gobbo secondo alcuni da un’insegna di una farmaci, per altri dal soprannome attribuito a G.B. Sangallo, che coadiuvò il più noto fratello Antonio nella costruzione del bastione detto La Colonnella
La Colonnella (molto più pittoresca prima che i Benedettini di S.Anselmo ne facessero interrare le casematte) domina via Marmorata dall’Aventino ed è parte della cinta continua di mura che Paolo III (1534-1549) commissionò ad Antonio da Sangallo a difesa della città, sull'una e l'altra sponda del Tevere. La cintura, che prevedeva due cittadelle una al mausoleo di Adriano e l'altra al Laterano, con diciotto baluardi intermedi, fu iniziata dal Sangallo sino alla sua morte, occorsa il 30 settembre 1546, ma solo una parte ebbe esecuzione sotto Paolo III: il baluardo di Santa Sabina, detto appunto della Colonnella (1534-41), quello dell' Antoniana, alla porta Ardeatina (1539-41), quelli del monte di Santo Spirito: di S. Spirito e degli Incoronati (1543-45), che si dissero del Fiume, quello di Belvedere agli Spinelli (1547-49) e quelli dei giardini Vaticani (1548). Del baluardo di S. Saba, invece, furono gettate soltanto le fondamenta.
Molte le scoperte di antichità nel corso dei lavori delle quali sono arrivate poche o sospette notizie.
Del Bastione della Colonnella all'Aventino, in un registro intitolato Constructio Baluardi Magni, si legge: « il tempio della Fortuna dubia era al di la di Sant Alexio picciolo et rotondo, dell'ordine corintio ornato di cose di mare il suo freggio, come sono delphini, stelle marine, conghigli, et gubernacoli di nane, le colonne sue erano del marmo mischio lunense grosse tre palmi alte uentisette, fu tutto quel poco che ui rimanea abbattuto benché era sotto terra nel tagliare i fundamenti della fortificatione cominciata da papa Paulo terzo de Farnese».
Un pezzo di questo fregio curvilineo ornato di cose di mare scoperto nel giugno 1880 non lontano dal bastione, conferma la veracità del racconto, come nella stessa area va anche ricordato il ritrovamento di monete d'oro di Lucio Vero, avvenuta il 21 marzo 1893, nel corso dello scavo per le fondamenta del nuovo Istituto di S. Anselmo.
Il tesoro giaceva nel terreno, a m. 2,60 di altezza sul piano antico, ed era composto di pezzi coniati nell'anno 164, nuovi di zecca di altissimo rilievo.
Dopo Via del Gobbo il toponimo passò prima a Via dei Sette Vespilloni, probabilmente per alcune vespe raffigurate nell’area, e poi all’attuale Via Marmorata per il deposito di marmi che, via fiume, giungevano al vicino Emporio (Lungotevere Testaccio) e che sembra sia stato in uso fino ai tempi dell’Imperatore Adriano (117-138). Dell’edificio sono stati rinvenuti considerevoli resti nel 1867. Sembra, però, che questa attività non sia appartenuta soltanto alla Roma antica, ma che, data l’importanza commerciale mantenuta dal Tevere, ne siano state ritrovate tracce risalenti anche alla prima metà del Seicento.
Fra i marmi rinvenuti nella zona la colonna che fu eretta per il Concilio Ecumenico nel cortile del Belvedere e i marmi che ornano la cattedrale di Aquisgrana. Tanto fu il numero dei marmi recuperati, che la zona fu considerata una vera cava dandole appunto il nome di Marmorata.
Sulla strada, che ricalca il tracciato dell’antica Via Ostiensis, si ergono i resti dell’Arco di S.Lazzaro, detto anche di Orazio Coclite a memoria dell’eroica difesa di Ponte Sublicio.
Anticamente, prima dei lavori di allargamento, l'arco attraversava la strada e costituiva l'accesso all'Emporo poi, nel 1400, divenne il principale passaggio per il pellegrini che si recavano alla tomba di S.Paolo mentre nel Rinascimento acquistò un nome il cui toponimo non è chiaro: "arco delle sette Vespe" e/o "arco dei Vespilloni", secondo alcuni dalle decorazioni poste sull'arco stesso, come già accennato, secondo altri dal nome di un'osteria posta a ridosso dell'arco stesso. Oggi, l’illustre resto, fa triste mostra di sé davanti ad un noto ristorante
La denominazione S.Lazzaro è dovuta alla vicinanza dell’omonima chiesa dedicata al Santo, protettore dei lebbrosi, per un lazzaretto esistente nel sovrastante colle Aventino.
Spesso l’arco di S. Lazzaro veniva confuso con la porta Trigemina a doppio arco (gemina) probabilmente con il prefisso Tri presumibilmente perché fu la terza porta a doppio arco costruita in ordine cronologico. La porta, ai piedi dell’Aventino, era l’accesso della Via Ostiensis al Tevere; fungendo da vero e proprio collegamento tra la valle Murcia (tra l’Aventino e il Palatino) e il Tevere, rappresentava la via di comunicazione tra Roma e Ostia per il commercio marittimo.
In quest’area si sarebbero svolte le scene che Virgilio racconta nel libro VIII dell’Eneide, tra cui lo sbarco di Enea e l’incontro con Evandro.
L’edificio all'angolo con via Caio Cestio, antico deposito delle polveri della Compagnia dei Bombardieri di Castel S.Angelo che avevano il loro poligono sul Monte Testaccio, sembra essere uno dei pochi modelli architettonici di una Roma preunitaria ancora rimasti in piedi.
Nella Via ebbe la prima sede il Museo dei Gessi (poi Museo dell’Arte Classica, trasferito in seguito al S.Michele ed infine nella Città Universitaria), fondato nel 1892 da Emanuel Löwy, docente universitario a Roma della prima cattedra di Archeologia e storia dell’arte istituita in Italia, che lì raccolse i calchi di sculture greche (originali e copie romane).

 

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Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933 / Storia Degli Scavi Di Roma E Notizie Intorno Le Collezioni Romane Di Antichità Volume Secondo Gli Ultimi Anni Di Clemente VII e Il Pontificato Di Paolo III (a. 1531-1549), Rodolfo Lanciani, Roma Ermanno Loescher & C.O (Bretschneider e Regenberg) Librai-Editori di S. M. La Regina D'Italia 1903, Roma Tipografia della R. Accademia dei Lincei, 1903 (www.archive.org) / www.romasegreta / polo museale sapienza / Delle Porte del Monte Aventino e delle altre Occidentali di Roma, Stefano Piale, Vol. II, Roma, 1834

 
Vicolo di San Celso PDF Stampa

da Via di Panico a Vicolo della Campanella - R. V, Ponte

 

Prende il nome dalla antichissima chiesa dei SS.Celso e Giuliano riedificata nel 1561 dalla congregazione del SS. Sacramento, detta S.Angelo de’ Miccinellis, dalla famiglia che la possedeva.

La chiesa originaria fu eretta da una pia matrona romana nel luogo stesso ove era l’abitazione di Marciano, padre del giovanetto martire Celso. Fu consacrata da Celestino I nel 423 e si protendeva in larghezza fino a metà, dell’allora, strada di Banchi, ed in lunghezza fino alla Piazza di Ponte.

Davanti alla sua porta i rei venivano esposti al pubblico dileggio; nel grandioso portico che precedeva la costruzione era collocata una pietra, o banco, di proprietà della stessa chiesa che serviva per la vendita del pesce; mentre sulla sua scalinata veniva letta, a suon di tromba, la grida (l’avviso) del Governatore con la quale si permetteva, nel periodo di carnevale e soltanto nella zona dei Banchi (Parione, Banchi, Via Giulia e Florida, Monte Giordano, Panico, Piazza di Ponte), il gioco della palla, prediletto dai Fiorentini che formavano la maggior parte degli abitanti del Rione.

Nell’anno 1503, Giulio II volendo allargare di più la strada dei Banchi, fece demolire l’antica chiesa che fu riedificata da Clemente XII che la dedicò ai due Santi.

Il gesuita, storico della Chiesa, Hartmann Grisar nel 1900 così scrisse: “Sotto gli imperatori Valentiniano,

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Graziano e Teodosio, unendosi vari portici si venne così a formare i così detti Porticus maximae, cioè un complesso di porticati messi fra loro in comunicazione. Mercè questo sterminato corridoio difeso da portico, si poteva giungere dal teatro Marcello al ponte Elio, il che vuol dire dall’odierna piazza Montanara al ponte S.Angelo; dunque all’incirca per la metà del diametro centrale della città correva un unico passaggio sotto il tetto ombroso di portici riccamente fregiati. Questa strada gigantesca a colonnati si vedeva in degna guida terminata da un arco trionfale eretto da uno dei detti imperatori. Esso stava presso l’odierna chiesa di S.Celso”.

Quest’arco rimase in rovina, ma in piedi, per tutto il Medio Evo e fu raso al suolo da Nicolò V nel 1451.

Da Mariano Armellini: “Nel piccolo oratorio, mentre giaceva cadavere

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col capo mozzo il protonotario Renzo Colonna decapitato in acheter cialis Castello, sotto accusa di ribellione, e mentre le case Colonna ai SS. Apostoli andavano a fuoco e saccheggio per opera di Riario, nipote di papa Sisto IV (dal 1471 al 1484), ecco improvvisamente fra la folla, commossa e atterrita, irrompere in chiesa la madre del giustiziato e preso per i capelli il capo sanguinolento, imprecare contro il papa”.

 

 

Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933

 
Vico Jugario PDF Stampa

da via L.Petroselli a Piazza della Consolazione – R. X, Campitelli

 

Corrisponde, insieme alla via della Consolazione, all'antico "vicus Jugarius", dove abitò anche Ovidio, che congiungeva il Foro Romano a quello Olitorio, subito fuori la porta Carmentale del primitivo recinto di Roma.

Dubbia l'origine del nome: potrebbe derivare dalla presenza di un altare di Iuno Iuga, Giunone, che presiedeva ai matrimoni (iungere), oppure dalle botteghe di costruttori di gioghi (iuga) per i buoi in relazione al vicino Foro Boario. La via, correndo sotto le estreme pendici del Campidoglio, era la continuazione dell'antichissima via Salaria che congiungeva la Sabina alla valle del Tevere

In origine parte del Vico prendeva il nome di Via della Bufala, demolita poi insieme a Piazza Montanara, per l'apertura della via del Mare.

Secondo il Cancellieri il nome di Via della Bufala era stato prendeva origine dalla caccia a quell’animale che un tempo vi si svolgeva in onore di S. Bartolomeo; una seconda versione vuole, invece, che derivi dall’insegna di un albergo rimasto sul luogo fino ai primi del Novecento.

È interessante notare come nella Roma antica le insegne degli alberghi erano accompagnate da caratteristiche frasi beneauguranti che per lo più si allacciavano alla familiare consuetudine dell’ospitalità sacra agli dei, come ad esempio: Mercurio ti promette buoni affari; Apollo la salute; chi verrà qui sarà trattato come il miele; ospite ovunque tu vada sta sano …

Altrettanto interessante come, in una società quasi totalmente analfabeta, gli alberghi prendessero il nome da un animale, un fiore, un albero, un frutto, a volte con l’aggiunta d’oro, che veniva dipinta sulla porta dell’albergo stesso e che poi, essendo questi costruiti in genere in luoghi fuori mano e senza denominazione, finiva con il dare il nome alla strada stessa.

Al riguardo si osserva che la diffusa usanza del popolo romano di chiamare da scortico quegli alberghi piuttosto compiacenti che si prestavano a incontri clandestini, deriva dalla parola latina scortum con il significato di amorosa, baldracca.

Il bufalo di origine asiatica introdotto in Italia nel medio evo dai Longobardi, non è il Bubalus dei romani, che invece corrisponde all’uro della zoologia moderna, ma sembrò il nome più adatto da assegnare ad un bue selvaggio in tempi di bassa latinità. L’animale, poi, fu destinato principalmente al trasporto e al tiro delle navi contro corrente sulle rive del Tevere.

I bufali, di cui un allevamento dette il nome alla tenuta della Bufalotta e a Campo Bufalaro sulla Laurentina, animarono la zona paludosa intorno a Maccarese dove erano usati per spurgare i canali infestati dalle erbacce che rischiavano di occluderli completamente a causa della loro poca pendenza; infatti, avanzando con il loro moto alterno delle zampe, questi animali riuscivano ad estirpare la dannosa vegetazione e a bonificare la zona.  

  

 

Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933 – www.romasegreta.it 

 
Vicolo dei Balestrari PDF Stampa

da Piazza Campo de’ Fiori a Vicolo del Giglio – R. VII, Regola

 

Fabbricanti e venditori di balestre avevano qui fatto il loro centro. Borgatti:
“I romani avevano i collegia o corpora opificum, come, quelli dei mercanti dei fabbri, dei battellieri, degli argentieri ecc., i quali erano corpi collettivi, col diritto di pubblicare statuti. Queste corporazioni di arti e mestieri ebbero grande sviluppo nel medioevo, e se oggi sono incompatibili coi progressi dell’industria e col libero esercizio delle professioni, contribuirono efficacemente all’emancipazione del lavoratore, in un’epoca in cui le civili società componevansi di un piccolo numero di oppressori e di un gran numero di oppressi”.

Secondo Plutarco, fu un certo Nansa colui che creò l’organizzazione corporativa. Traiano fondò il collegio dei fornai e molinari,; sotto Alessandro Severo si costituirono le corporazioni dei vinai, dei negozianti di legumi ed ortaglie, dei calzolai, ecc., fino a raggiungere il numero di 32 corporazioni. I membri che costituivano le corporazioni erano detti collegiali e i loro magistrati decurioni, procuratori, sindaci e questori. La sede della corporazione era detta Schola. I nomi delle singole corporazioni sono incisi sugli stipiti delle porte al pianterreno del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio.

La balestra era un’antica arma da guerra in legno curvo con arco di ferro in cima, destinata a lanciare frecce che prendevano il nome di moschette, (da cui, poi, derivò l’arma detta appunto moschetto). L’arco veniva teso dai nervi dei bufali forniti da un deposito situato circa alla metà di Via Ostiense che prese proprio il nome di Balistaria.

Ponti: “all’angolo formato dalle vie de’ Balestrari e dei Giubonari c’è infissa nell’alto una grande e bella lapide marmorea che ricorda come la Via dei balestrari portasse una volta, in omaggio al vicino Campo de’ Fiori, il nome di Via Florea. Essa è una delle pochissime targhe di marmo che dessero nei tempi andati denominazione ufficiale a una strada: è la più antica che si abbia in Roma e sarebbe andata dispersa se non le si fosse data la felice opportunità di restare occultata per più secoli dietro un mignano della casa Traversi sull’angolo di Campo de’ Fiori.

Tornò in luce nel 1863 e dice: “Tu, o terra di Marte, che fino a poco fa eri umid e brutta di squallido fango, di deforme incuria, ora, sotto il principato di Sisto IV, ti vai liberando di questo indegno aspetto ed ogni cosa appare ammirabile nel nitido sito. Degni premi sono dovuti a Sisto datore di salute, oh quanto Roma è debitrice al sommo gerarca - Via Florea - Battista Arcioni e Ludovico Margani Maestri di Strada Nell'Anno di Grazia 1483".

Nella Via vi era una nota osteria detta “del Cameo”, della quale si raccontava che il proprietario fosse tanto geloso della sua bella moglie da non permetterle mai di scendere in bottega, adducendo la scusa che voleva tenerla riguardata come un cameo. Per questo gli avventori cominciarono a chiamarla l’ “Osteria del Cameo”.

 

 

Stradario Romano, Benedetto Blasi, Edizioni del Pasquino, Roma, 1933

 
Via di S. Giovanni Decollato PDF Stampa

da Piazza della Consolazione a Piazza della Bocca della Verità – Rione XII, Ripa

I fiorentini, che nel Quattrocento risiedevano a Roma, fondarono, secondo l’uso patrio, la confraternita della Misericordia che aveva il pio ufficio dell’assistenza ai condannati a morte, nonché la cura e la sepoltura dei loro resti. Nel 1490 Innocenzo VIII concesse loro alcuni locali in rovina, dove già esisteva una chiesetta detta S. Maria della Fossa, dal nome della contrada. Qui i confratelli edificarono il loro oratorio e il loro tempio che dedicarono al Battista, protettore di Firenze. Con il tempo la confraternita acquistò il curioso privilegio di ritirare i capestri degli impiccati per poi bruciarli solennemente nella ricorrenza della decapitazione di San Giovanni festeggiata il 29 agosto, giorno del ritrovamento della testa del Santo avvenuta in Siria. Alla stessa confraternita fu anche riservata la prerogativa di liberare un condannato a morte e, come trofeo, portarlo in processione coronato di alloro in segno di trionfo della Misericordia sulla Giustizia. Ecco, al solito, il Belli: …

Vamme a cerca p’er monno st’aricasco / de poté ffà un delitto chessesia / eppoi trovà una chiesa, che te dia / un ber camicio bianco de damasco! / L’hai visto a san Giuvanni Decollato / quello che fece a pezzi er friggitore, / come la Compagnia l’ha libberato! / L’hai visto con che pompa e con che onore /annava in pricissione incoronato / come potrebbe annà l’imperatore?

Alla vigilia di un'esecuzione, sul far della sera, i confratelli uscivano dalla chiesa e, avvolti in neri mantelli, si dirigevano verso il carcere di Tor di Nona o di Corte Savella per la lunga veglia notturna. In una Roma deserta e buia, si vedevano camminare questi tetri cortei al lume di una candela e al suono di una campanella per annunciare al popolo che l'indomani un uomo sarebbe stato giustiziato. Presso l’oratorio si conservano ancora cimeli e memorie delle giustizie romane, fra cui le tavolette lignee, con soggetti sacri, che venivano sottoposte allo sguardo dei condannati fino all’estremo momento; mentre nel pavimento vi sono ancora le aperture nelle quali venivano conservati i resti mortali. La tradizione vuole che dopo le esecuzioni, nel buio della notte, sul luogo si riunissero le beghine (beg = preghiera; dal Belgio in cui nacque il movimento) che, genuflesse sul gradino della chiesa, recitavano il Deprofundis implorando qualche numero dall’anima benedetta. I piccoli avvenimenti, quindi, venivano tradotti in cifre sul “Libro dei Sogni” e poi giocati sull’urna fatale del Lotto:

Si vo’ un terno sicuro, Aghita mia, / attacca a mezzanotte un Criellisonne;
oppure:
Va dritto a S.Giovanni Decollato; / recita un De profundis in disparte / all’anima de l’urtimo impiccato

Anticamente sulla via, nei pressi della Chiesa di S.Eligio dei Ferrari, sorgeva il tempio di Saturno con l’erario popolare, una sorta di Cassa di Risparmio, e sempre sul luogo furono rinvenuti i resti dell’Insula Sertoriana, descritta dal Fea, che aveva 10 taberne sulle quali si elevava un primo piano.

 
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