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Isola Tiberina  - Piazza di S. Bartolomeo all’Isola

Rione XIII, Trastevere

È l’unica isola dell’Urbe, formata dal Tevere, lunga 300 metri e larga 80, che ebbe anche i nomi di Sacra, Licaonia, Inter Duosi Pontes, di S. Bartolomeo.

Si narra che dopo l’espulsione dei Tarquini dalla città, il Senato Romano decretò la confisca dei loro beni che furono dati al popolo e messi a sacco. Fu allora che gli abitanti, con disprezzo e furore, gettarono nel fiume anche le messi estirpate dall’ager Tarquiniorum, vasta area che si estendeva tra la città e il Tevere e che più tardi prese il nome di Campo Marzio. Le spighe di grano si ammassarono su un banco di sabbia a cui, a poco a poco, si andarono accumulando anche i detriti trasportati dalla corrente fino a che il livello dei materiali si alzò tanto che sul luogo crebbe una folta vegetazione. Abbellito e recintato poi dai romani con costruzioni artificiali, divenne l’attuale Isola Tiberina.

Da sempre su quest’Isola ha fissato la sua dimora la medicina.

Nel 291 a.C. Roma era oppressa da una terribile pestilenza. Il Senato, consultati i libri sibillini, inviò una delegazione al tempio di Esculapio, in Epidauro, per chiedere un rimedio. Mentre i messi pregavano il nume, da un recesso segreto del tempio fu visto uscire un serpente, simbolo dello stesso dio, che si rifugiò sulla nave romana. Ritornata sul Tevere, all’altezza dell’Isola Tiberina, il serpente balzò dalla nave, guizzò tra le acque e scomparve nell’interno. L’epidemia cessò d’incanto e il presagio risultò chiaro: Esculapio voleva un tempio in quel luogo. Così fu, e all’isola fu data la forma di una nave in memoria di quella su cui fu trasportato il serpente.

All’inizio sull’isola venivano ricoverati e isolati gli schiavi afflitti da ogni sorta di malattia nel tentativo di evitare ogni possibile contagio. Il pericolo era tanto che l’Imperatore Claudio dispose il diritto alla libertà per coloro che fossero riusciti a guarire..

Nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo l’antica tradizione non scomparve. Sulle rovine dell’edificio dedicato ad Esculapio sorse la Chiesa di S.Bartolomeo che conserva ancora le colonne dell’antico tempio. Nel 1798 i francesi demolirono gli altari, mentre fu venduta la conca di rame in cui la tradizione voleva fosse stata conservata la pelle del Santo.

Nella Cappella del Sacramento è incastrata una grossa palla di cannone, che qui cadde durante l'assedio dei Francesi alla Repubblica Romana nel giugno del 1849, soprannominata "del miracolo" perché la gente, che in quel momento gremiva la chiesa, restò miracolosamente illesa.

Mentre, assegnata alla confraternita dei penitenti dei Sacconi Rossi (così chiamati per il loro abbigliamento), è la Cappella dell'Addolorata posta a sinistra della Chiesa. La confraternita, avente il culto della morte, nacque nel 1760, dal 1768 trovò la sede presso la Chiesa di S. Bartolomeo mentre nel 1776 fu riconosciuta da Papa Pio VI.

La confraternita celebrava tutti i giorni il rito della Via Crucis per “meditare la Passione atrocissima del Redentore” e giovare così “alle anime che penano nel carcere del Purgatorio”. Oltre a pregare, però,  i Sacconi Rossi si prendevano concretamente cura dei corpi degli annegati che nessuno piangeva. In una processione silenziosa, illuminata soltanto da torce, prelevavano i cadaveri e davano loro cristiana sepoltura  presso le rispettive parrocchie o nel loro stesso cimitero costruito nel 1784 proprio sotto l’oratorio al livello del Tevere. Chiudevano le celebrazioni del mese dei morti con una solenne e suggestiva processione  che iniziava sulla piazza, scendeva lungo il fiume e si concludeva all’estremo dell’isola, di fronte a Ponte Rotto. La confraternita, tra molte e diverse vicissitudini visse fino al 1870. La cerimonia commemorativa dei defunti del 2 novembre fu, poi, ripresa dai Fratelli di Santa Maria dell’Orto.

Sulla piazza, ogni 24 agosto per celebrare la Festa di S. Bartolomeo, si svolgeva "la festa del cocomero", dove tutti i commercianti "alzavano" i loro banchi a scaletta e facevano mercato. I festeggiamenti culminavano con l’esibizione dei ragazzi che a nuoto, da ponte Quattro Capi a Ponte Rotto, cercavano di accaparrarsi i cocomeri che gli spettatori gettavano nel fiume. La gara era festosa ma durissima perché spesso i nuotatori finivano tragicamente fra le pale dei mulini dislocati lungo il fiume, tanto che nel 1870 si decise di sopprimere la manifestazione perché troppo cruenta.

Antistante la Chiesa si trova il monumento fatto erigere da Pio IX in sostituzione di una colonna sormontata dalla croce, che nel 1867, urtata da un carro, si frantumò.

Ante l’Unità d’Italia a questa colonna fu assegnato un ruolo del tutto particolare. Il rispetto della penitenza quaresimale a Roma era particolarmente sentito ed imponeva regole molto rigide e severe, una era quella del precetto pasquale, cioè l’obbligo di confessarsi e comunicarsi. Coloro che non adempivano a tale norma entro il 27 agosto (soprannominati dal Belli “gli scomunicati de’ Pasqua”) non sfuggivano al controllo dei “Registri delle Anime” e cos’ il loro nome veniva iscritto in un tabella,  esposta alla pubblica vergogna ed affissa  sul monumento di Piazza San Bartolomeo all’Isola. L’iscrizione citava: "Tabella in qua leguntur banditoruin illorum nomina, qui indie paschalis de Santissima Coena non parteciparunt". Consta che nel 1834 Bartolomeo Pinelli si offese vedendo il suo nome a cui era stata assegnata la qualifica di miniatore anziché di incisore; tanto reclamò fino a farlo correggere.

“La campana sona a merluzzo” era il detto popolare che commentava il suono delle campane che annunciavano le funzioni religiose all’inizio del periodo quaresimale improntato ad un rigido regime di astinenza dalle carni per tutti i quaranta giorni, talmente rigoroso che Sthendal nel 1827, nelle sue Promenades, ricorda un macellaio romano condannato alla galera per aver osato mettere in vendita la propria mercanzia

Nella Roma papalina il compito di richiamare i fedeli ai loro doveri era affidato ai predicatori quaresimali, che a volte non esitavano a terrorizzare i mancati penitenti minacciando castighi divini e tormenti infernali, anche se non mancarono religiosi come S. Paolo della Croce e S. Leonardo di Porto Maurizio dotati di eloquenza autenticamente ispirata dalla fede.

Specie negli ultimo giorni, era d’uso che ogni pomeriggio, fino all’Ave Maria, tutti i bottegai, osti, fruttaroli, tabaccai tenessero chiuse le loro botteghe per partecipare insieme agli altri cittadini all’ascolto delle infervorate e ammonitrici prediche, dette “Missioni” proprio perché tenute da frati missionari.

"In quaresima pe' ddivuzzione...se magneno li maritozzi, anzi c'è cchi è ttanto divoto pe' mmagnalli, che a ccapo ar giorno se ne strozza nun se sa quanti". Così, con la sua ironica vivacità Giggi Zanazzo commentava l'usanza quaresimale "der zanto maritozzo", dolce allora molto amato, che il primo venerdì di marzo, una sorta di giorno di S. Valentino dell'epoca, veniva anche donato dai giovani alla propria innamorata.

Per alcuni secoli le autorità pontificie emanarono annualmente provvedimenti volti a disciplinare il digiuno quaresimale. Uova, formaggio e carne erano consentiti soltanto per anziani e malati, previo permesso scritto. Medici e parrocchiani venivano ammoniti: coloro che avessero sottoscritto questi permessi senza legittima causa oltre al farsi carico dei peccati altrui, sarebbero stati anche puniti dall’autorità. Gli avvertimenti restavano però spesso inascoltati: a volte bastava allungare qualche soldo al parroco per ottenere la dispensa; mentre a coloro che volevano invece essere ligi alle regole non restavano che ceci e baccalà... fortunatamente però c'erano i maritozzi con cui consolarsi!

A Roma sopravvisse a lungo l’abitudine di “spezzare la Quaresima”, con la festa del “segare la vecchia” che si celebrava a Campo Vaccino nel Foro Romano, per cui un grottesco fantoccio ripieno di fichi, arance, frutta secca e dolci quaresimali, veniva squartato ed il contenuto diveniva preda degli spettatori che facevano a gara per appropriarsene, spesso senza badare ai metodi.

 

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